Ricordate la gaffe della deputata 5 Stelle Marta Grande sui “campi di concentramento” in Ucraina?

Riassumendo, ha portato in aula al centro del dibattito politico italiano una falsa notizia, creata ad arte dai media russi, per far credere che In Ucraina ci fosse una “bassa macelleria” attraverso stermini di massa. Che la deputata grillina sia vittima di Fake News? O utilizza le fake news per esprimere il suo supporto alla Russia?

Il secondo punto, non sta a noi giudicarlo essendo lei deputata eletta dai cittadini e quindi può esprimere al meglio la sua opinione. Quello che ci riguarda invece è il primo punto: Marta Grande è stata vittima delle fake news che giravano in rete?

Ebbene, il dibattito di questi giorni è sempre più incentrato su come combattere le notizie false o le notizie costruite ad arte per screditare politici in fase di campagne elettorali. Sono state creati interi dipartimenti che, giornalmente, analizzano le notizie diffuse da quei media (di solito russi, con base in molti paesi europei come Sputnik e RT) per dare ai lettori la verità e non quella narrata e creata ad hoc.

Ma quanto efficace è creare questi strumenti per contrastare la disinformazione? Il quesito a cui tutti noi dovremmo rispondere invece è come mai sempre più tanta gente crede a tali notizie. Quello che nessuno sembra interessato a discutere è le persone obiettivo di tale disinformazione, perché le sue narrazioni trovano terreno fertile tra loro e cosa si può fare per cambiare ciò.

In un intervista al New York Times, una mia ex collega ed amica Nina Jankowicz spiega per filo e per segno come contrastare tale disinformazione partendo innanzitutto da istruzione ed educazione. Invece di “operazioni di informazione rapide” che molti stati stanno facendo, bisogna ricostruire sistematicamente le competenze analitiche in tutta la popolazione e investire nei media per assicurarsi che siano guidati dal principio di verità e non dal numero di visitatori. Che la lotta inizi dalle menti della gente e dalle loro capacità critiche di lettura ed analisi. Potrebbero essere proposti dei particolari corsi e seminari, partendo da università, in cui si includa un piccolo corso di formazione su come navigare e leggere le notizie, evitando le manipolazioni emotive dei media. SI potrebbe benissimo partire dai dipendenti statali o dalle grandi aziende attraverso impiegati ed operai.

Non è solo la formazione che aiuta a risolvere il problema delle notizie false. Per combattere al meglio le fake news bisogna anche investire nei media e nei giornali. In particolare, in quei media locali che aiuterebbero i cittadini ad interpretare la realtà già dal locale, dalla realtà più vicina a loro. Se mancano i media locali, i lettori vanno a cercare le notizie al livello successivo.

I governi dovrebbero altresì lavorare per pianificare il campo delle informazioni, aumentando il suo investimento nelle emittenti pubbliche e richiedendo un impegno finanziario pesante da aziende come Facebook e Twitter – gli agenti inconsapevoli della guerra d’informazione – a sostenere la proliferazione dei cittadini e del giornalismo. Se le reti sociali non vogliono essere gli arbitri della verità (nonostante la maggior parte delle notizie false si diffonde su Facebook) dovrebbero almeno fornire strumenti ai giovani giornalisti che coprono le questioni locali che più immediatamente influenzano la vita delle persone. Inoltre, donare la pubblicità a piccole testate che non possono competere con i giganti dei media nazionali.

Infine, in nessun caso i governi devono limitare la libertà dei media. Essi possono etichettare i media falsi, ma non dovrebbe mai proibirli. La propaganda non si combatte con la propaganda.

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